Sui diritti umani negati agli aborigeni australiani

Sui diritti umani
E’ un onore per me parlare in questa sede prestigiosa di Roma.
Roma città eterna che riveste per noi stasera un ruolo di primaria importanza dal momento che il tema di questo incontro si basa sui diritti umani e Roma è la patria del diritto; è dal diritto romano che si sviluppa quello anglosassone.
Stasera sono qui per parlare dei diritti umani negati agli aborigeni australiani e quale fu la loro risposta immediata alla colonizzazione.
Vale la pena porsi una domanda. C’è da chiedersi se anche gli aborigeni vivessero una loro precisa forma di diritto. La cultura aborigena si basava sulla tradizione orale ma non per questo era meno rappresentativa o meno incisiva riguardo al soddisfacimento e alla regolazione dei diritti del singolo, della famiglia, del clan, della tribù intera.
Per parlare dei diritti umani negati agli aborigeni australiani potrei iniziare con una sequela di torti, abusi e ingiustizie subite da questo popolo, ma credetemi l’elenco sarebbe troppo lungo, così mi limiterò a citare gli avvenimenti salienti.
Ora vorrei, se me lo permettete, riportarvi indietro nel tempo. Voliamo in Australia con la fantasia.
Era piena estate, era il 26 gennaio 1788 quando gli spiriti dei morti: bianco era il colore della pelle, gli occhi chiari e i capelli scoloriti, arrivarono in quella splendida baia che chiamarono Sydeny Cove.
Erano in realtà 736 prigionieri uomini e donne, 17 bambini figli dei prigionieri, 211 marinai di cui 27 ammogliati e con 14 ragazzi, pochi ufficiali, queste le persone che sbarcarono dagli 11 vascelli della First Fleet, comandati dal commodoro Arthur Phillip. C’erano anche gli animali che erano sconosciuti in quella parte di mondo e che crearono non pochi problemi alterando la flora e la fauna: 2 tori, 5 mucche, 29 pecore, 19 capre, 74 maiali, 18 tacchini, 35 papere, 35 oche, 209 galline e 5 conigli. Praticamente questi animali causarono una alterazione olfattiva, un’alterazione sonora alterando completamente le vibrazioni del territorio.
Il governo inglese aveva pensato di alleggerire il carico economico e sociale svuotando le patrie galere e inviando i deportati in Australia, per civilizzarla e colonizzarla, garantendo ai futuri coloni libertà e terre.
Dal momento in cui fu innalzata la Union Jack, la mitica bandiera inglese, gli aborigeni, secondo il diritto anglosassone che è molto attento alla persona, di diritto erano diventati cittadini inglesi, ma di fatto, non furono calcolati nemmeno come esseri umani. La loro terra l’Australia fu dichiarata di diritto Terra, Nullius Terra di Nessuno.
Potete immaginare quindi l’eccidio sistematico cui gli aborigeni andarono incontro visto che, tutto sommato, costituivano una presenza scomoda.
Furono trattati alla stessa stregua degli animali dal momento che sparavano su di loro per divertimento come tiro al bersaglio. L’orrore umano è difficile da arginare.
I bianchi colonizzatori si trovavano senza saperlo in un luogo dall’equilibrio perfetto dove non esistevano contadini, commercianti, medici ma solo cacciatori, pittori, poeti, musicisti e sciamani che si rifacevano al Diritto Divino di una legge superiore piuttosto che a quello umano.
Quel diritto divino che permetteva agli aborigeni di vibrare e risuonare, di crescere ed espandersi nel mondo magico del Tempo del Sogno.
Il diritto aborigeno se non era scritto veniva comunque espresso attraverso il racconto modulato durante le cerimonie sacre che gli aborigeni chiamavano corro boree “Non dovete temere. Non sono gli spiriti dei morti. Non vengono per punirci. Il colore della pelle non significa nulla. Non ci sono forse varietà di piante e di animali create da Nungeena? Non possono esserci varietà di uomini? Anche loro vengono dal Corpo di Baiame. Potremo con loro conoscere e scambiare molte cose. Se andremo in pace, pace sarà”.

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